lunedì 28 settembre 2015

Nel paese delle giostre e delle cozze Dop

Seconda tappa del viaggio lungo il Po, in un paradiso naturale dove eccellono 30 aziende che producono ruote panoramiche e montagne russe e dove si alleva un mollusco che ha appena ricevuto il prestigioso marchio dall'Unione Europea

“E’ che se in Italia non hai il vino non sei nessuno”, dice Maurizio Barotto vogando controcorrente con il suo “batel del Po”. Si sta parlando del Polesine, quest’isola incastonata tra l’Adige, il Po e l’Adriatico, che non capiamo, dopo giorni di esplorazioni, perché non abbia ancora conosciuto la classica riscoperta, il famoso “re-branding” che ti fa diventare di moda. Prima o poi anche l’angolo più remoto, la valle più sperduta e fuori dai circuiti hanno il loro momento di riscatto; arriva il New York Times che indica la “nuova Toscana” di turno, il marketing parte in quarta e sei subito nel giro. “Manchiamo solo noi, toh forse il Molise… Ma per avviare la pratica, uscire dall’isolamento e diventare doc, oggi devi almeno avere un vino potabile. Invece siamo ancora quelli dell’alluvione, il Mezzogiorno del Nord”. Anche il cinema di solito funziona bene, ma il Polesine, come il Grande Fiume che l’ha creato a propria immagine e somiglianza e come Maurizio col suo batel fatto a mano, anche lì non ha seguito la corrente comoda della modernità e le commediole tipo “Basilicata Coast to Coast”.

Qui sono arrivati Visconti, Antonioni, Rossellini, Lattuada, Dall’Ara, Mario Soldati, Montaldo e poi Lizzani, Pontecorvo. Spesso per raccontare l’infelicità, la solitudine, il silenzio, la lentezza. Anche il Delta di Elisabetta Sgarbi (“Per soli uomini”) lento e spirituale come un blues di Clarksdale, la Gerusalemme del Mississippi Delta, è un viaggio interiore che sembra voler proteggere l’isola dagli inganni del contemporaneo - forse a maggior ragione ora che è diventato patrimonio Unesco. Come il Po, anche il Polesine, si rivela e si concede solo a chi ha già dentro il germe della sovversione contro le facili verità. “Sul Po servono tenerezza e rispetto” ripeteva Giovanni Guareschi “non le smancerie e i melodrammi moderni”.

Dal fucile al binocolo

Eppure qui accadono molte cose. “Il pensiero lungo, alla lunga produce risultati stupefacenti”, assicura Leonardo Bollacasa della locanda del Nibbio a Porto Levante. Si definisce un “pioniere”. Era arrivato da Padova per gestire l’alloggio, una delle basi per il turismo naturalistico nel Delta settentrionale. “Poi ho scoperto che le valli in realtà sono luoghi chiusi, proibiti. Sono destinate all’allevamento di pesci e crostacei, oppure all’attività venatoria, dove i ricchi affittano riserve per la caccia in botte anche a 200 mila euro per quattro mesi di stagione”. Ma ha conosciuto i cugini Morassutti, figli dei proprietari della locanda e soprattutto della valle Bagliona, 600 ettari un tempo adibiti all’allevamento di anguille, orate, branzini gamberoni, e alla caccia. Hanno capito, anche con l’aiuto di Leonardo, che non ne valeva più la pena, la gestione dell’itticoltura era sempre più difficile, anche a causa dell’invasione incontrollabile dei cormorani che mangiano pesce quattro volte il loro peso. Così hanno deciso di aprire la valle, sostituire i cacciatori con lo schioppo con quelli armati di binocolo. E hanno aperto la Bagliona ai turisti di Leonardo. “Abbiamo rivelato al mondo forse il luogo più prezioso del Delta”. Oggi si può prendere una bici e immergersi in quello che Leonardo chiama “l’aeroporto internazionale degli uccelli”. Un hub per oltre 150 specie migratorie.

Nel tramonto oltre i canneti si vedono le silhouette dei fenicotteri rosa, immobili come bramini in preghiera, e dalle tamerici della barena si alzano in volo chiurli e pittime reali; più avanti, tra i ginepri, le robinie e il giunco nero s’intravedono sgarze, avocette, aironi rossi e cinerini. Si capisce perché era un posto prediletto da Ernest Hemingway, il cacciatore più assatanato dell’Occidente, uno che ha fatto più stragi di animali del cambiamento climatico: qui veniva a sparare anche con la spingarda lunga cinque metri, un “archibuson” che appoggiava alla barca o sulla spalla di un aiutante ed era in grado di colpire, con una rosa di pallini larga fino a una decina di metri, un intero stormo di germani, alzavole, fischioni o marzaiole. Un paesaggio antico in un terreno recentissimo, il risultato spettacolare dell’immane lotta tra il mare, il fiume, la terra, l’uomo. “Sai - dice Leonardo - che qui ora siamo più sicuri del resto del Veneto? Quello che è successo nel ‘51 ha insegnato la lezione e ora quando escono il Brenta, l’Adige o il Bacchiglione qui è tutto tranquillo; grazie a idrovore e ai nuovi argini, il Po non fa più tanta paura. E pensare che siamo sotto il livello del mare anche sette metri…”.

Cattedrali illuministe

Il paesaggio del devoto Polesine - un esempio per tutti il santuario della Madonna del Pilastrello a Lendinara con i suoi sublimi ex voto - è segnato da strani campanili laici: sono le ciminiere delle vecchie idrovore, cattedrali illuministe come quella di Amolara all’altezza di Adria sul Canal Bianco, il corso artificiale che collega l’Adige al Po e scorre nell’antico letto del Tartaro e fa parte della rete navigabile del Grande Fiume. Amolara, costruita nel 1848, marciava a vapore e aspirava fino a 4000 litri al secondo. Ha funzionato a diesel fino al 1992 e oggi ospita il Museo dei Sette Mari, dedicato all’opera di bonifica del Novecento. “Ora d’idrovore ne bastano meno, circa una ogni venti chilometri” dice Paolo Bordin che gestisce museo e ostello, base soprattutto per i ciclonaturalisti diretti al Delta. “Gli interventi non si fanno più sui canali secondari, ma su quelli principali, tramite le chiuse. Le paratie vengono controllate con i terminali a distanza”. Ma la madre di tutte le idrovore, una delizia per gli archeologi industriali è quella di Ca’ Vendramin che con la sua ciminiera di 60 metri domina le risaie dell’isola di Ariano. Agli inizi del Novecento era la più potente d’Europa, pompava fino a 11 mila litri al secondo. Il soffitto della sala macchine, decorato addirittura a cassettoni in ceramica, ricorda l’architettura industriale liberty americana: ce lo fa notare Joseph Sabatino, giovane artista del New Jersey che è stato invitato da DeltArte e dalla Fondazione Cariparo nell’ambito di un Festival internazionale quest’anno dedicato alla memoria nascosta del Delta Po. “Tutto si tiene, è incredibile” dice Joseph. “Mio padre ha lavorato tutta la vita in una struttura quasi uguale a questa nel New Jersey, e le mie installazioni si richiamano al movimento lineare dei fiumi… Mi sono trovato nel mio elemento emotivo, il Polesine è un luogo metafisico e metageografico che ti riporta a un pensiero essenziale, quasi infantile…”. 

Sulla statale 47 che costeggia il Po sulla riva sinistra a Ovest di Rovigo, all’altezza di Bergantino, sembra invece di fiancheggiare il Mississippi nel basso Illinois. Pomeriggio di temporali, camion e pick-up che procedono malinconici come un tergicristallo. Il motel Gardenia, collocato quasi a caso a ridosso dell’argine, è protetto da un gigantesco Cristo con le braccia aperte e un inquietante buco in fronte; le luminarie di Natale e la scritta Buone Feste sembrano voler confondere anche chi sa riconoscere e accettare il sempre uguale delle province del mondo. Infatti Bergantino è un luogo con un potente senso del kitsch. Siamo nella capitale dei Luna Park. 

Le donne di Bergantino

Con l’indotto, il distretto delle giostre del Polesine, fa girare oltre 250 milioni di euro l’anno. Un mercato quasi esclusivamente estero, soprattutto nei paesi emergenti. “Tutto è cominciato negli anni Trenta”, dice Gianluca Fabbri, titolare dell’omonima ditta. “Nel dopoguerra costruivamo giostre con i pezzi di carri armati. Oggi siamo presenti in tutto il mondo”. Negli anni Ottanta in un paese di tremila anime c’erano un centinaio di famiglie di giostrai - o “bergantini” come si definiscono per evitare commistioni con certi ambienti tipo mala del Brenta - ora le imprese che producono autoscontri e montagne russe, sono una trentina, ma alcune come la Fabbri o la Zampello sono dei colossi con commesse milionarie, soprattutto per le ruote panoramiche che raggiungono anche gli ottanta metri. La motivazione a investire nel settore resta la stessa nei decenni: il ritorno cash immediato. “In Cina ci sono parchi in cui lavoriamo dove entrano e pagano cash anche 15 mila persone al giorno…” Gli artigiani di Bergantino di un tempo oggi sono ingegneri globe-trotter. E in paese è nato un museo unico al mondo che ripercorre la storia delle giostre; arriva gente dalla Scandinavia, dal Canada, dall’Australia. Un percorso poetico che offre spunti storici inediti: “Durante la seconda guerra mondiale le donne di Bergantino hanno preso in mano la situazione per non chiudere baracca e burattini” racconta il direttore del museo, Tommaso Zaghini. “Hanno fatto la patente, guidato i camion, sfidato la prepotenza degli uomini in giro per l’Italia e l’Europa. Quindi tornavano a Bergantino e portavano nuovi costumi, indossavano pantaloni, frequentavano il bar. La cultura contadina e stanziale del Polesine qui si è fusa con quella nomade”. 

Terra e uomini in continuo movimento, il Polesine è un Pianeta spregiudicato per necessità. A Scardovari, la sacca dell’oro grigio, il contadino è diventato dalla sera alla mattina coltivatore d’acqua. Lo racconta Gigi Veronese nella sua barca sul Po di Maistra, passando in rassegna gli esodi che hanno flagellato questa fetta d’Italia, bonifica dopo bonifica, padrone dopo padrone, compreso il Fiume che nel ‘51 ha imposto la legge del padre-padrone. Prima fuga dopo che il fascismo impose il calmiere al prezzo del pregiato riso del Delta e si cominciò a trivellare per estrarre il gas nel periodo delle sanzioni; l’estrazione produsse il fenomeno del bradisismo, il terreno del Polesine si sgonfiò come una mammella munta, aumentando le inondazioni, interi paesi si spopolarono. Poi l’apocalisse del ‘51, la costruzione degli argini, lo Stato che decide la distribuzione delle terre acquistate ai latifondisti, ma la fuga è ormai inarrestabile… “Finche’ non accade un fatto straordinario che ha ribaltato la situazione”, dice Gigi. “Un biologo scopre che la laguna del Delta è il paradiso per la vongola filippina… E posti semiabbandonati come Pila o Goro diventano una specie di piccole Dubai”. Oggi si raccolgono circa 10 mila tonnellate di vongole e 15 mila tonnellate di cozze, le uniche Dop al mondo, come ha appena deciso l’Unione europea. E al Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine stanno valutando gli esiti di alcune ricerche secondo cui le cozze catturano quantità tali di CO2 da rendere i bilanci dell’allevamento addirittura positivi per l’ambiente.

La veleria firmata
Maurizio Barotto voga con calma. Segue il ritmo dei suoi pensieri placidi. Siamo a Fratta Polesine, a due passi dalla palladiana Villa Badoer e dalla casa natale di Giacomo Matteotti. Il Canal Bianco verso il Po è giallo e Maurizio dice che è buon segno, vuol dire che è vivo. E gli crediamo, perché lui parla “con lo spirito del fiume”. Stiamo facendo ritorno per cenare alla sua locanda, il Mulino al Pizzon, costruito dagli austriaci a due passi dalla prima base carbonara del Risorgimento; ma anche la locanda oggi è una specie di luogo sedizioso per golosi, gli avventori e le avventrici sembrano una società segreta che complotta per la rinascita del Po. Maurizio dice che ha costruito il “batel”, la barca che s’usava per pescare lo storione e traghettare sulla sponda emiliana, come tributo a quel che il fiume gli ha dato nella vita. “Quando l’ho messa in acqua ho sentito che il Po mi diceva grazie. La prima barca l’ho sistemata da ragazzo, con le vele ricavate dalle lenzuola della dote di mia madre, una veleria di canapa firmata e ricamata a mano. Ma ora la gente sta rinnegando il fiume, guarda quanto odio c’è verso il siluro. Neanche fosse il diavolo, povera bestia. Il Po l’ha accolto, fa parte del nostro mondo ormai. Ma risalendo il fiume, su quel pesce ne sentirete dire di tutti colori…”


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2/8 - The River Journal Project
testo di Marzio G. Mian e Nicola Scevola
Foto di Nanni Fontana e Massimo Di Nonno

Pubblicato su Sette

1 commento:

Henrietta Fernando ha detto...
Questo commento è stato eliminato da un amministratore del blog.