giovedì 19 febbraio 2015

Lo strano mercato dell'arte contemporanea

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Miss ko2 dell'artista Takashi Murakami
E' uno dei più opaci al mondo. Tutti lo seguono ma nessuno ne comprende veramente i meccanismi. E solo in pochi ci guadagnano. L’economista Don Thompson analizza il mercato dell'arte contemporanea, spiegando perché oggi i prezzi siano arrivati a contare più delle opere stesse.

Nel 1997 l’artista giapponese Takashi Murakami crea un’opera intitolata Miss Ko2. E’ una scultura di una cameriera in minigonna dai grandi occhi azzurri e i seni prorompenti, alta un metro e ottanta, in fibra di vetro, ispirata alla cultura dei manga e degli anime. Il lavoro è prodotto in quattro esemplari e viene inizialmente venduto per 19.500 dollari. Sei anni dopo, Miss Ko2 è battuta all’asta nella sede newyorkese di Christie’s per 567.000 dollari. E nel 2010 è rivenduta durante un’asta di Phillips de Pury per 6,8 milioni di dollari al collezionista di origini israeliane Jose Mugrabi.

Come è possibile che in soli tredici anni, il valore dell’opera di un’artista vivente si moltiplichi ben 350 volte? Questa è la domanda da cui è partito Don Thompson, economista della Schulich School of Business di Toronto per analizzare il mercato dell’arte contemporanea e tentare di comprenderne i meccanismi bizzarri che lo governano.
“Nulla con prezzi che crescono coì vertiginosamente può andare avanti all’infinito”, avverte Thompson, autore di un saggio appena pubblicato intitolato The supermodel and the Brillo box. “A un certo punto la bolla è destinata a sgonfiarsi, più o meno velocemente”.
In seguito alla crisi economica del 2008 le quotazioni del mercato d’arte contemporanea hanno effettivamente subito un crollo. Subito dopo, però, hanno ripreso a salire.
Three Studies of Lucian Freud di Francis Bacon
Secondo Thompson, le ragioni che portano i prezzi a crescere così velocemente sono molteplici. E hanno poco a che vedere con la qualità intrinseca delle opere. Parte del valore è aggiunto dal brand. Oggi tutti gli artisti aspirano a diventare marchi riconoscibili. In arte, il brand è un insieme di segni facilmente identificabili che riconducono un’opera a un nome: le sculture a forma di palloncino di Jeff Koons, o gli animali in formalina di Damien Hirst. Più il nome è famoso, più le opere acquisiscono valore.
“Il concetto di branding è di solito associato a prodotti di consumo e consente di acquisire affidabilità”, spiega Thompson. “Anche l’arte brandizzata funziona così. Può capitare che gli amici sgranino gli occhi se dite di aver pagato una statua milioni di dollari. Ma nessuno obietterà nulla se dite di averla presa da Sotheby’s, oppure che è di Koons”.
Il desiderio di acquisire lo status associato al mondo dell’arte contemporanea è un altro dei motivi alla base dell’aumento vertiginoso dei prezzi; si pensi all’esempio del trittico di Francis Bacon intitolato Three Studies of Lucian Freud, battuto all’asta da Christie’s nel 2013 per 142 milioni di dollari. La vendita è stata raccontata da televisioni e giornali di tutto il mondo.
“Le case d’asta hanno dipartimenti di pubbliche relazioni molto ben organizzati che riescono a dare risalto a qualsiasi vendita record di opere d’arte. Ma quando la stessa somma viene spesa da un ricco magnate per comprarsi uno yacht o un jet privato nessuno lo viene neanche a sapere”.
Il nuovo libro di Thompson
Oggi il mercato dell’arte contemporanea ha sorpassato anche quello degli impressionisti e dell’arte moderna.
“Le opere più importanti del periodo pre-guerra appaiono raramente in vendita perché fanno parte di collezioni private o di musei. Oltre ad essere maggiormente disponibili, quelle d’arte contemporanea sembrano adattarsi meglio ai nostri stili di vita”.
Come dire, è più facile mettersi in casa uno Spot Painting di Damien Hirst che un Tintoretto.
Il numero di ultraricchi nel mondo continua ad aumentare e, per alcuni di loro, l’arte è diventata una forma d’investimento finanziario.
“Le opere sono spesso usate per diversificare un portafoglio d’investimenti perché, in caso di recessione, il loro valore tende a scendere più lentamente di quello di azioni o altri prodotti finanziari”.
Tutto ciò fa sì che la produzione degli artisti contemporanei più famosi sia sempre più assimilabile a quella di beni di lusso. I cambiamenti avvenuti nei meccanismi che muovono il mondo dell’arte sono simili a quelli che hanno trasformato quello della moda, passata dall’essere un settore semi-artigianale negli anni Settanta a uno dominato da giganti industriali di oggi. E mentre le rivoluzioni artistiche del Novecento hanno permesso agli artisti di sganciarsi dai committenti classici (come la Chiesa e l’aristocrazia) guadagnando in libertà creativa, oggi la progressiva identificazione di un manipolo di arti-star con l’élite straricca sembra aver rallentato il processo di democratizzazione dell’arte. Con il rischio, nel lungo periodo, di portare all’uniformizzazione delle idee e all’impoverimento della creatività.
“Nella fascia più alta del mercato – conclude Thompson – oggi i prezzi contano più delle opere d’arte stesse.

Pubblicato su L'Officiel Hommes Italia

1 commento:

Federica Amelio ha detto...

strano, manca la R ;-)